381.ma ed. della Devozione Alberobellese, 1 sett. 2017 - Traslazioni delle Sacre Immagini

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don Peppino Contento, ottavo arciprete rettore della Basilica - Santuario dei santi medici Cosma e Damiano di Alberobello

on Peppino Contento nacque a Cernavoda, in Romania, il 27 marzo 1909. Ordinato prete il 25 luglio 1935 da mons. Domenico Argnani, venne inviato a Turi dal Vescovo di Conversano Mons. Gregorio Falconieri nel settembre del 1936.

Il primo ottobre iniziò il suo apostolato nella Casa di Reclusione in cui vi erano circa quattrocento detenuti, tra cui una cinquantina di ergastolani, tutti minorati fisici e psichici. Era ricco di ardore sacerdotale. Nei 18 anni in cui visse a Turi fece tantissimo bene, sia come cappellano sia come Vice Parroco. Poi, il 10 febbraio 1942, fu nominato Arciprete Parroco, e lo fece fino al 24 ottobre 1954, quando fu trasferito all'Arcipretura di Alberobello. Il 19 marzo del 1955, per le mani del Sindaco Dottor Giuseppe Resta, Turi lo insignì della medaglia d'oro e della cittadinanza onoraria.

Il Vescovo Mons. Gregorio Falconieri lo nominò Canonico Onorario della Insigne Collegiata di Turi: riconoscimenti meritatissimi. Mai dimenticò i turesi: a distanza di anni ricordava nomi, cognomi, soprannomi. 

Fu Arciprete esemplare e amato da tutti, seguito e ricordato sempre dai turesi che si recavano a far visita ai Santi Medici. Don Peppìne era considerato l'artefice del bel Tempio dedicato ai Santi Medici e molto amato dal popolo per i gesti caritativi.

Il 16 dicembre 2016, la città di Alberobello ha voluto commemorarlo nel 25° anniversario della sua scomparsa. L'arciprete don Leonardo Sgobba lo ha ricordato durante l'omelia della Messa celebrata per Lui, tracciandone un'ampia biografia. 

Di Lui così racconta la Sig.ra Carmela Salamida con una testimonianza pubblicata sul n.3, anno V pag 44 de La Piazza, periodico di vita cittadina di Alberobello. "Ho avuto la fortuna e il piacere di conoscere don Peppino e di frequentarlo per lunghi anni. Da adolescente, essendo coetanea e amica delle sue nipoti, Lina e Maristella, insieme a loro, spessissimo, mi recavo in canonica a far compagnia a "zia Checchina": tutti chiamavamo così, affettuosamente, la sua devota e paziente sorella, che ci dispensava ottime ricette di cucina. Ancora oggi, nel io ricettario, le margherite di pasta frolla farcite di nutella, le zeppole, i babà, portano il marchio d'autore di zia Checchina! Lì, insieme a noi, c'erano sempre, in attesa dell'Arciprete, persone di ogni età e ceto, forestieri che volevano confermargli la loro amicizia oppure paesani che avevano bisogno di suggerimenti, di consigli, di aiuto per rivolgersi magari a un medico specialista o ad una struttura ospedaliera o per cercare un lavoro (in Italia o all'estero) o perché, con il suo intervento discreto ma fattivo, sanasse problemi o liti familiari. E don Peppino, arrivando sempre di corsa, si metteva subito all'opera: instancabile, diretto, a volte brusco ma sempre attento e disponibile con tutti. Aveva una vasta cerchia di conoscenze in ogni settore e non esitava a sfruttarle per chiedere di mandare avanti pratiche giacenti, di favorire assunzioni di lavoratori che lui personalmente garantiva come "volenterosi e onesti", di aiutare nelle scelte scolastiche e nell'iter di studi i tanti giovani che avevano fiducia e familiarità con lui. Chiedeva per gli altri, mai per sé. 

Erano gli anni '50-'60, gli anni ancora duri del dopoguerra e chissà quanti di noi ricordano le sue distribuzioni di viveri dell'Opera Pontificia ai più poveri e alle famiglie numerose! E quanti cuochi, camerieri, muratori ha aiutato nelle pratiche per emigrare e nel cercare riferimenti per sistemarsi degnamente in Francia, Germania, Svizzera, ... E lì, in canonica, poi, incontravo tanti di loro che, in occasione delle ferie o di qualche festività, tornavano ad Alberobello e venivano da lui a raccontargli di sé, della propria famiglia e del lavoro. Per dimostrare il loro grazie gli portavano o il pacchetto di caffè o la tavoletta di cioccolato che don Peppino ricusava, ma che noi ragazze apprezzavamo molto.

Andare in canonica era un piacere soprattutto perché, quando arrivava don Peppino e aveva un momento di tempo, ti faceva mille domande sulla tua vita e sulla scuola; immancabilmente ti dava una lezione di storia, di filosofia, di catechesi, ti suggeriva (per non dire ti imponeva) una lettura e immediatamente ti forniva il libro. Se così non fosse stato, chissà quando e se avrei letto Le confessioni di Sant'Agostino, la storia di un'anima di Santa Teresa di Lisieux e tanti altri libri formativi. E non finiva lì: quando glieli restituivi c'era l'interrogazione, la verifica! Mi ha seguita con premura e affetto nel mio cammino scolastico, mi ha affidato tanti studenti in difficoltà, e quando da universitaria gli comunicai che avevo scelto come esame complementare il romeno, di nuova istituzione presso la Facoltà di Lettere, ne fu felice e subito mi regalò un suo vecchio libriccino di grammatica romena e poi mi fece conoscere il suo amico, l'ottimo prof. Marin, docente di lingua e letteratura romena, che poi diventò il controrelatore nella seduta della mia laurea.

Don Peppino ha celebrato il mio matrimonio (conservo gelosamente il nastro registrato della cerimonia), ha battezzato le mie figlie e ha continuato ad essere vicino alla mia famiglia. Non era inconsueto che ci telefonasse a mezzanotte per chiedere qualche informazione, e al "Pronto" immancabilmente rispondeva "Prontissimo! Scusate l'ora ma io comincio adesso la mia giornata!". Infatti a fatica riusciva a ritagliarsi momenti di pausa e allora lo trovavi, nascosto in un angolo della Cappella del Sacramento, in raccoglimento, a pregare. Quando gli portavo le bambine a salutarlo, esordiva con la domanda: "Vuoi farti santa?", e di fronte alla perplessità di bambine di pochi anni continuava: "È facile! La ricetta è questa: basta fare bene tutto".

E potrei continuare ancora a lungo a ricordare, ma ripeterei cose e fatti che tutti sanno di questa esemplare figura di sacerdote super impegnato nel sociale, rigoroso, instancabile e premuroso, che riusciva ad essere direttore spirituale non solo dal confessionale, che predicava e praticava in prima persona come virtù primaria l'umiltà (chissà quanti al giorno d'oggi pensano che questa sia una virtù!). Ricordare don Peppino con queste testimonianze personali è stato per me un dovere morale e soprattutto un debito di riconoscenza".